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Razzismo, “La palla rotola per tutti allo stesso modo”: il progetto BRISWA contro le discriminazioni

Promuovere un senso comune di appartenenza e partecipazione. È questo il primo passo per evitare il razzismo secondo il progetto internazionale Briswa: the Ball Rolls In the Same Way for All. Tradotto: il pallone rotola per tutti allo stesso modo. Iniziativa presentata mercoledì a Monte Compatri (Roma), dove ha sede l’Academy football club: accademia calcistica che con il supporto della Commissione Europea, nell’ambito del programma Erasmus+sport, e insieme ad altri sei partner di altrettante nazioni del Vecchio Continente, vuole portare avanti un messaggio semplice: mettere il razzismo in fuorigioco.“Su un campo di calcio, non possono esistere differenze. Dal nostro impianto sportivo guardiamo oltreconfine. Abbiamo un obiettivo: non costruire muri ma abbatterli”, afferma il sindaco monticiano Marco De Carolis nel corso del suo intervento.

Per evitare qualsiasi forma di discriminazione fuori e dentro gli stadi. Un traguardo da raggiungere insieme all’università della Macedonia, e associazioni dalla Serbia, dall’Ungheria, dalla Bulgaria e dalla Romania. Coordinatore del progetto il Sydic, guidato da Stefano Armeni. Che ha spiegato “le dinamiche di sistema come una metodologia che, mettendo insieme persone, luoghi e contesto sociale, crea un modello valido per tutti per contrastare il razzismo”.

“Fenomeno – afferma Sergio Roticiani dell’Aiac Lazio – cui sono sensibili gli allenatori, concordi nel non costruire muri e barriere. Anche la Uefa, da tempo, lavora a progetti per aiutare la crescita di una società multiculturale”.

“L’azione dell’Academy – aggiunge il presidente Andrea Augello – sarà quella di diffondere i questionari elaborati dall’università della Macedonia – per analizzare il contesto europeo”. Con l’obiettivo di spiegare perché la palla rotola per tutti allo stesso modo.

“Un’idea – spiega Camillo Carlini Sydic – che nasce osservando i campi di calcio. Un giorno vidi un ragazzo di colore che giocava con un bambino italiano. Lì capii che è possibile spiegare questo messaggio. Anche attraverso una comunicazione spinta, con un sito dedicato e con l’uso di tutte le piattaforme social”.

“In genere chi mette in atto episodi razzisti lo fa semplicemente attraverso un pregiudizio di base, ovvero senza una reale conoscenza oggettiva della realtà che si pregiudica a priori di conoscere nel suo complesso. Questo è molto spesso scaturito dalla paura della diversità, dal mantenimento delle proprie convinzioni, attraverso la negazione e la fuga da tutto ciò che non si conosce. Inoltre – commenta Aldo Grauso, psicologo dello sport e psicoterapeuta relazionale – l’attuale normativa impone alle società di mettere in atto tutte le possibili misure atte a prevenire ed evitare intolleranze razziste sia con cori che con striscioni, detto ciò è opinione degli addetti ai lavori di tutelare le società, che nonostante abbiano dato dimostrazione di applicare tutte le misure sopra citate vengono con l’attuale codice di giustizia sportive ugualmente sanzionate per responsabilità oggettiva.

Il giuoco –  continua Aldo Grauso – ha un parte fondamentale nella vita dei ragazzi, soprattutto quello sociale, dove si impara a stare insieme. Questo è sicuramente un buona palestra terapeutica per aiutare tutti a convivere con le proprie differenze, vissute come risorsa invece che come problema.”

Il progetto durerà 18 mesi, fino a giugno 2018. La prima parte del lavoro sarà concentrata sullo studio della letteratura europea sul razzismo (febbraio-marzo 2017), sviluppando questionari anonimi per sondaggi da sottoporre alla rete di contatti creata dai partner.

La raccolta e l’analisi dei dati, da aprile ad agosto 2017, a cura dell’Università della Macedonia, permetterà lo sviluppo del manuale ad hoc (marzo-aprile 2018) da far girare tra politici, scuole calcio e da usare nei corsi di formazione. Con un unico obiettivo comune: mettere il razzismo in fuorigioco.

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